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Enzo Rocco
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- Come è nata la tua passione per la chitarra e
quando hai cominciato a suonare ?
Ho ereditato la passione per la musica da mio padre. senza dimenticare
che la mia nonna materna era ottima pianista e qualcosa nel sangue
sarà pur passato, fu mio padre a iniziarmi alla musica.
era appassionatissimo soprattutto delle opere di verdi, ricordo
chiaramente quando ascoltava i suoi dischi, mi prendeva in grembo
e, con tanto di libretto, seguivamo le opere insieme. avrò
avuto sette/otto anni e mi divertivo moltissimo, trovavo la musica
di verdi vivificante e non capivo bene le trame, ma papà
me le spiegava e alcune mi appassionavano, come quella del "rigoletto".
potri cantare il rigoletto a memoria, tanto l'ho sentito. ricordo
poi che, con papà che si preoccupava che gli distruggessi
gli lp, mettevo io stesso i dischi sul piatto e "dirigevo"
lo stereo nel salotto di casa, soprattutto divertendomi con i
pezzi più estroversi di mozart e dei russi. di lì
a prendere lezioni di pianoforte con una insegnante alla scuola
elementare il passo fu breve, fino almeno al rigetto del solfeggio.
niente da fare, a orecchio funzionava, gli esercizi no. stop alle
lezioni. però intanto erano venute le altre musiche, un
po' di rock, il cosiddetto rock-jazz, la pfm, gli area, il banco.
insomma a 14 anni, dopo diverso tempo passato senza suonare (ma
non senza musica), mi sono fatto comprare una chitarra scassata
e un libretto per imparare gli accordi. niente lezioni, autodidatta
totale (e si sente).
- Quali sono i generi musicali ed i musicisti che ti hanno
ispirato maggiormente durante i tuoi primi anni di attività
come musicista ?
Da ragazzino fui colpito dai gruppi citati prima, certo rock italiano
"progressivo" e per un paio d'anni tentai malamente
di imitare con la chitarra le melodie fatte dalle tastiere della
pfm o dalla incredibile voce di demetrio stratos. parallelamante,
a 15/16 anni, esplose la passione per le musiche popolari: era
l'epoca della nuova compagnia, di eugenio bennato, di tutti i
gruppi più o meno politicizzati che alle feste dell'unità
suonavano musica folk o che ad essa si riferisse. per me fu una
ubriacatura, diventai esperto soprattutto delle musiche del sud
fino a scoprire che i miei genitori, napoletani, conoscevano un
mucchio delle melodie e dei ritmi che mi incuriosivano tanto.
altra questione di sangue, probabilmente. fino a scoprire il jazz
per caso, comprando una rivista (musica jazz) che mi attirava
in edicola perchè aveva un lp allegato, peraltro il primo
della serie. si trattava di "coltranology" di coltrane
con dolphy. un inizio un po' violento, se vogliamo, però
mi piacque alla follia, soprattutto dolphy. chissà come,
"a pelle" trovavo una affinità fra il rock arabeggiante
degli area, le canzoni popolari e le stramberie di dolphy. boh.
però credo che questa impressione di affinità abbia
influenzato tutta la mia storia di musicista. che poi magari ha
studiato all'università un po' più approfonditamente
l'etnomusicologia e si è spiegato molte cose, compreso
che in tutto questo c'entrava benissimo pure verdi. ma questa
è un'altra storia.
- Parlaci del Tubatrio. Come è nato questo gruppo?
Da quanto tempo lavorate insieme ?
Tubatrio nasce nel '95, un annetto dopo avere conosciuto ettore
fioravanti grazie a un piccolo giro di concerti in un gruppo capitanato
da luca garlaschelli. a parte lo spessore del musicista, mi colpirono
l'umanità di ettore e l'intuizione che si sarebbe potuti
diventare buoni amici. sicchè, avendo l'occasione grazie
a claudio donà di registrare il mio primo disco, mi tornò
naturale, un po' intimorito, chiedere a lui di suonare la batteria.
all'epoca suonavo spesso anche con rudy migliardi e, alla ricerca
di una idea più o meno originale per un gruppo, mi parve
cosa buona pensare a un trio senza basso. con rudy, dopo il disco,
si suonò qualche concerto e tutto andava bene. ma forse
ero in un periodo di crescita, alcuni brani incisi mi piacevano,
altri no, appartenevano al passato, erano stati messi perchè
nel primo disco si cerca di includere forse tutto quello che si
è fatto fino ad allora. avevo bisogno di soluzioni un po'
più radicali, avevo cominciato a frequentare actis dato...insomma
non sono convinto che a rudy andassero totalmente a genio le idee
che mi sentivo di portare avanti. non sapendo che pesci pigliare
in vista di un concerto a nevers nel novembre '97, il primo impegno
internazionale di rilievo del trio, fu riccardo bergerone, allora
manager dell'Instabile, a consigliarmi di rivolgermi a schiaffini.
ero intimorito, avevo una grande ammirazione per schiaffini e
temevo che non si sarebbe "abbassato" a suonare la mia
musica, invece...dopo tutto questo tempo eccoci ancora qua. schiaffini
non solo ha suonato e suona la mia musica, ma mi ha insegnato
molto su come condurre il trio, su che direzione intraprendere
e su come sentirmi completamete libero e a mio agio nel proporre
le mie idee.
- Ci puoi descrivere un pò i brani di tua composizione
?
Naturalmente i pezzi che scrivo risentono dell'influenza
di tutto quello che ho ascoltato. il jazz, il rock "progressivo",
la musica folk, la musica improvvisata europea e certa musica
accademica contemporanea. non mi preoccupo di inseguire un certo
stile, fermo restando che la libertà di improvvisazione
e il ritmo sono il cuore della musica che mi piace fare cerco
di farci entrare tutto quello che, da ascoltatore, mi colpisce
e entra a fare parte del mia "identità sonora".
neanche mi piace creare semplici spunti per l'improvvisazione:
da un lato le strutture devono sempre chiaramente indicare quale
procedimento improvvisativo utilizzare per essere elaborate (anche
se ovviamente negli anni noto che alcuni pezzi stimolano "riletture"
e nuove idee), dall'altra i temi devono svilupparsi, generare
nuovi temi, quasi raccontare delle immagini. un brano può
cominciare con un ritmo furioso e finire in un pianissimo impercettibile.
a volte qualcuno ha notato come certe cose evochino immagini cinematografiche.
questo mi piace. la musica rimanda ad altro, non si conclude in
se stessa. è divertente vedere come gli ascoltatori a volte
leggano nella musica cose che non avrei mai immaginato. questo
insegna a non prendere troppo sul serio quello che si fa, dal
momento che un brano serissimo può essere legittimamente
letto come ironico e viceversa. e a proposito di questo, credo
nella giusta dose di ironia e anche di umorismo: in primis chi
assiste a un concerto lo "vede" oltre che ascoltarlo,
e a me viene naturale essere allegro sul palco e cercare di rendere
partecipe il pubblico della mia allegria di fare musica anche
"dicendo" cose non necessariamente allegre; e poi è
dura affermare, oggi, di fare una musica così forte e originale
da dovere essere ascoltata "con la testa fra le mani".
se ci si prende troppo sul serio si rischia che la gente faccia
un paragone fra te e coltrane, e allora...
- Che ruolo ha svolto e/o continua a svolgere il teatro,
la danza e la poesia nella tua attività musicale ?
Purtroppo recentemente non ho avuto più occasione
di frequentare questi ambiti, spero che accada presto di tornare
a occuparmene. confrontarsi con un attore o un danzatore non è
come farlo con un altro strumentista. si deve tenere conto di
linguaggi, spunti, modi di fare diversi da quelli dei musicisti
e come minimo le espressioni come il teatro, la danza e la poesia
insegnano che la musica può trovare grandi stimoli di sviluppo,
forse i più grandi, al di fuori di essa. sarà una
scoperta dell'acqua calda, ma durante le jam sessions da ragazzo
pensavo solo alle scale da applicare ai pezzi, ora penso a che
colore, forma, profumo deve avere la musica. tornando poi a quanto
detto prima, il musicista sul palco si "vede": non mi
piace chi sale e suona e basta, lo spettacolo è anche nell'atto
del suonare, dello stare sul palco. il jazz insegna molto in questo
senso (è la stessa esperienza ascoltare un disco di jarrett
e vederlo dal vivo?), ma ancora di più un attore che ti
dice che mentre stai suonando devi in qualche modo visivamente
relazionarti con lui.
- Quali sono i tuoi progetti attuali e le tue ultime collaborazioni
?
Molta carne in pentola. intanto il trio e il duo con
actis dato procedono il loro cammino. poi da febbraio sono partiti
due nuovi progetti "figli" di questi. da una parte il
"tubensemble", ossia tubatrio allargato a eugenio colombo
e ad actis dato, dall'altra un quartetto "francese"
ancora con actis dato, frederic monino e joel allouche. siamo
appena partiti, ma la musica mi pare buona: coi francesi il primo
concerto a béziers è stato subito recensito molto
positivamente da "jazz magazine"...speriamo continui
così.
poi c'è l'italian song project, idea cui tengo molto, commissionatami
dall'istituto italiano di cultura di buenos aires: in compagnia
di eleonora d'ettole, simone mauri e stefano bagnoli abbiamo riletto
in chiave "jazzistica" alcune canzoni italiane molto
note e in sudamerica è stato un grosso successo. poi continuo
imperterrito ad andare periodicamente a londra per suonare con
veryan weston, lol coxhill e altri amici: improvvisazione "radicale",
mi fa bene allo spirito, mi libera e mi fa riflettere anche su
cosa e come dovrei scrivere. infine mi diverto come un pazzo a
suonare in giro per il mondo, dalle americhe al giappone, con
musicisti dei più svariati paesi. troppo lungo elencarli,
ma è bellissimo volta per volta affrontare le loro musiche
o vedere come loro reagiscono alle mie. per fortuna sono poco
sedentario, fra un acosa e l'altra riesco a passare metà
del mio tempo in giro anche nei posti più inusitati: non
so se questo produca buona musica, certo è che mi fa scordare
il guaio di essere un jazzista.
- E quali sono i tuoi sogni nel cassetto ?
Semplicemente viaggiare sempre di più. soggiornare
in posti nuovi, rivederne di conosciuti, capire sempre un pochino
di più la bellezza del mondo e della sua gente. se dovessi
proprio scegliere direi suonare il più possibile in sudamerica
e in estremo oriente.
- Ultima domanda di rito: spazio completamente libero
per dire quello che vuoi.
Allora dico che non mi farebbe schifo suonare un po'
di più nel paese in cui sono nato. che non mi pare il più
brutto del mondo, tutto sommato...
(riproduzione riservata)
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SCHEDA JAZZ LIGHTHOUSE
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NOME E COGNOME: Enzo Rocco
STRUMENTO: chitarra
LUOGO E DATA DI NASCITA: Crema (CR), 5 ottobre
1963
PRINCIPALI COLLABORAZIONI:
Tubatrio con Schiaffini e Fioravanti (anche Tubensemble con aggiunti
Eugenio Colombo e Actis Dato), duo con Actis Dato, Eppi Trio con
Bombardieri e Faraò, Eurobass Quartert con Actis Dato, Frederis
Monino e Joel Allouche, Italian Song Project (D'Ettole, Mauri e
Bagnoli), Musikorchestra di Luca Garlaschelli, duetti e trii vari
con Lol Coxhill, Veryan Weston, André Goudbeek, Bart Maris,
Rodrigo Dominguez.
DOVE ASCOLTARLO:
> Enzo Rocco Trio, “T.’n’O”, brano del
cd antologico “Accordo”, DMCD (con Luca Garlaschelli
e Massimo Pintori), 1994
> Enzo Rocco, Tuba Trio, Caligola Records (con Ettore Fioravanti
e Rudy Migliardi), 1996
> Carlo Actis Dato/Enzo Rocco, Pasodoble, Splasc(h) Records,
1998
> Enzo Rocco, Bad News from Tubatrio, Caligola Records (con Ettore
Fioravanti e Giancarlo Schiaffini, guest Eugenio Colombo), 1999
> Luca Garlaschelli, Don’t forget..., Audiar (con Franco
D’Auria e Renata Vinci, guests Tiziana Ghiglioni e Moni Ovadia),
1999
> Stefano Bagnoli/Enzo Rocco, Marché aux puces, Music
Center, 1999
> Luca Garlaschelli, “La muralla”, brano del cd antologico
“Escuela de oficios”, Audiar, 1999
> Rocco/Weston/Coxhill/Edwards/Noble, London Gigs, Prominence,
2000
> Carlo Actis Dato/Enzo Rocco, Paella & Norimaki, Splasc(h)
Records, 2000
> Luca Garlaschelli Musikorchestra, The sound of Dream, Tony
Face Records, 2001
> Enzo Rocco, Tubatrio’s Revenge , Caligola Records, 2003
> Luca Garlaschelli Musikorchestra, Salam Alaikum, Audiar, 2004
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