Piero Leveratto

- Ci puoi raccontare qualcosa sui tuoi primi passi nel mondo della musica ?
Da bambino mi avevano regalato un orrendo organetto, poco più che un giocattolo, che comunque mi piaceva molto suonare; in casa mia non c’ era nessuno tipo di pratica strumentale anche se si ascoltava molta musica, soprattutto classica.
Ciò che è venuto dopo credo sia comune a molti miei coetanei che diverranno musicisti a loro volta, qualche svogliata lezione di pianoforte, la banda del paese (suonavo il basso tuba, tanto per restare in tema…) i complessini da cantina, formati da coetanei interessati soprattutto a fare colpo sulle ragazzine, i dischi di pop, poi il jazz-rock inglese, quindi la passione per il jazz, quello vero, fortunatamente non disapprovato dai miei genitori.
La visione di un mio possibile futuro come musicista la ebbi verso i sedici anni: la scoperta del contrabbasso, attraverso un concerto di Charles Mingus trasmesso in televisione (chi dice che la TV sia sempre e solo dannosa?) l’ingresso al Conservatorio.
Solo un paio di anni più tardi, per volontà e per caso, ero un professionista, entrando a fare parte del gruppo di Claudio Fasoli e registrando il mio primo disco con Luigi Bonafede e Gianni Cazzola.

- Come e dove ti sei sviluppato come musicista ?
Per quello che riguarda il jazz sono debitore alla città di Milano, era la fine degli anni ’70, andavo al Liceo artistico, avevo appena iniziato il Conservatorio e me ne partivo col treno da Finale Ligure, dove viveva la mia famiglia, per andare a racimolare un paio di pezzi in Jam-session al Capolinea, che allora era il locale di riferimento per tutto il nord Italia.
Tra musicisti non era difficile incontrarsi, eravamo meno, molto determinati a fare la musica che amavamo, assolutamente coesi nel cercare di costruire insieme (più o meno coscientemente) la scena del jazz che, dai tempi del dopoguerra, si reggeva su pochi nomi, alcuni dei quali sono fortunatamente attivi e creativi ancora oggi), di solito questi musicisti avevano nel loro retroterra molta musica comerciale, le orchestre RAI, il night club dove suonare di straforo un pezzo di Cole Porter, per noi era diverso, nascevamo com musicisti di Jazz e non avremmo accettato compromessi.
Genova, città dove sono nato e nella vivo da quasi vent’anni, non ha avuto praticamente nessun peso nella mia vicenda professionale, almeno fino a quando non nacque la Bansigu big band.
Talvolta mi piace pensare al mio percorso di musicista anche attraverso le città o le aree geografiche che ho frequentato di più nel corso degli anni; dopo il periodo milanese ho trascorso molto tempo a lavorare Roma, e poi il Veneto, Bologna, Napoli, Bari e Torino.
E poi stazioni ferroviarie, autogrill alle quattro del mattino, alberghi confortevoli o meno (anche molto meno...), scomodi sonnellini in aeroplano, musica suonata ed ascoltata assieme a persone incontrate per caso.
Talvolta si diventa amici fraterni attraverso la condivisione di queste cose.

- Quali sono i tuoi riferimenti jazzistici ?
Mi appartiene praticamente ogni nota che io abbia ascoltato chiunque l’abbia prodotta, sono un ascoltatore attento e selettivo, le cose si trovano volendole cercare.
Per ciò che riguarda il mio strumento vado pazzo per i vecchi contrabassisti degli anni ’30 e ’40, il loro modo di badare al sodo, l’essere il vero motore pulsante del gruppo, poi ovviamente non è pensabile prescindere dai maestri moderni, sarei felice di poter essere una specie di luogo di incontro tra la concezione di Charlie Haden e quella di Scott LaFaro; magari un giorno, con l’ausilio di congiunzioni astrali particolarmente benevole, potrebbe accadermi per qualche minuto.

- Quali dischi di jazz hanno inciso maggiormente sulla tua formazione artistica ?
Consumo gli stessi dischi da trent’anni, adoro Armstrong, Miles Davis, Billie Holiday, Ellington, Bill Evans, Monk, Shorter, Ornette Coleman…E chi altri?
Comunque l’imprinting ma lo ha dato senza dubbio “Sonny Rollins on Impulse”, ero un ragazzino di 16 anni, lo avevo comprato attratto dalla copertina e non riuscivo a credere alle mie orecchie.
Continuo a non crederci: l’ho acquistato di recente in CD, visto che il vecchio vinile è sparito da qualche parte, e quando lo ascolto ritrovo la coscienza del mondo come un posto fantastico dove stare.

- Come definiresti la tua musica ?
Perbacco! Se sapessi definire la musica di chicchessia avrei fatto il critico, vuoi mettere evitarsi la fatica di trascinare il contrabbasso in giro?

- Parlaci dei tuoi dischi ?
E' una parola...ho fatto circa 120 dischi di jazz il primo dei quali nel '78 ("Esasperazione", gracchiante vinile della defunta etichetta Carosello col trio di Luigi Bonafede) mi limito a citarne alcuni ai quali sono affezionato, o mi piacciono particolaramente: Inizierei con una registrazione dei ruggenti anni ' 80 "Five for Jazz live in Sanremo" (Splash, con Massimo Urbani, Pietro Tonolo, Luigi Bonafede, Paolo Pellegatti), poi "In our hands" con l'Heart quartet di Maurizio Giammarco, che è stato il primo disco inciso per la Blue Note da un gruppo europeo, "Retrò", uscito per Egea un paio di anni fa e nel quale ci sono quattro miei pezzi che mi sono venuti bene, ci metterei anche “Live in Germany” col trio di Enrico Pieranunzi (YVP) che mi ricorda i sei anni di musica condivisa con Enrico, e ancora "Ellington" della Big Band di Mario Raja (Splash) perchè, oltre ad adorare la musica di Duke, lo abbiamo registrato in un giorno e mezzo in tutto e divertendoci a suonare come dei ragazzini con una specie di "All Stars" di musicisti italiani (da Danilo Rea a Roberto Gatto).

- Come docente, quale è il tuo metodo d'insegnamento ?
Tanto nell’ambito “ufficiale” del Conservatorio quanto in un qualsiasi seminario estivo mi piace mantenere un’atmosfera rilassata, la mia classe ha le porte aperte in ogni caso, la gente viene, si ferma a suonare, gli orari vanno dietro alle istanze che nascono volta per volta e il mio telefono è a disposizione (pure troppo) per chi volesse chiedermi qualcosa, magari la domenica pomeriggio.
Mi attrae il modello della bottega artigiana, lo sporcarsi le mani con quella materia tutt’altro che impalpabile che è la musica, e poi credo che la sola cosa onesta che un insegnante possa fare sia quella di mettere l’allievo in relazione con se stesso, con le proprie possibilità, sviluppando la capacità di porsi in relazione con gli altri, con la musica, con i musicisti.
Non occorre molto tempo, se una persona si mette nella condizione di avere perennemente bisogno di un maestro è segno che qualcosa non funziona, in lui di sicuro ma anche nell’insegnante.
E’ evidente l’importanza di fornire gli strumenti tecnici nell’accezione più vasta del termine, per esempio la gestione del tempo per lo studio, che spesso sembra poco solo perché utilizzato in modo non funzionale, è una cosa che viene meglio se qualcuno ti spiega come fare, ma il fine del mio lavoro di insegnante è quello di ottenere è che i miei allievi imparino presto a liberarsi di me per fare la propra strada.

- Quali sono i tuoi progetti futuri ?
Ho avuto spesso la fortuna di collaborare con musicisti la cui concezione era compatibile con la mia, da Maurizio Giammarco a Enrico Pieranunzi, da Pietro Tonolo a Lee Konitz, cosa che mi ha permesso di fare con loro la musica che avrei voluto.
Sono essenzialmente un sideman ma mi piace avere a che fare con musicisti che abbiano una visione chiara di quello che vogliono, questo mi consente di essere presente in modo propositivo e anche scomodo se serve, nel senso che non abdico alla mia poetica faticosamente conquistata negli anni, piuttosto cerco di farla convivere, quando non coincidere, con la musica che sto affrontando volta per volta. Naturalmente ciò è possibile con musicisti muniti di personalità, perché nel caso contrario vi possono essere conflitti di vario genere.
Negli ultimi anni ho un pò diradato le collaborazioni casuali, per cercare di concentrarmi sulle cose che mi corrispondevano maggiormente e anche per fare meno chilometri in giro, avere più tempo per scrivere musica eccetera.
Nel cassetto ho almeno un paio di dischi a mio nome, a volte li prevedo postumi, dovrei sbrigarmi a registrarli…
Tra le cose che mi andrebbe di fare presto c'è un lavoro di confine con il jazz riguardo alle composizioni di Violeta Parra, è un' idea della cantante siciliana Olivia Sellerio, abbiamo appena iniziato a lavorarci e mi piace molto.

- Un'ultima domanda: quali sono i tuoi hobby , i tuoi interessi extramusicali ?
Sono un lettore onnivoro, anche perché non avendo la patente mi muovo spesso col treno, luogo ideale per leggere (telefonini permettendo), poi mi diverto molto a cucinare e sono probabilmente il peggior giocatore di scacchi vivente, battuto regolarmente da mio figlio di dieci anni…ma tutto sommato la musica, tutta, continua a restare il luogo dove passo la maggior parte del mio tempo

(riproduzione riservata)

 


SCHEDA JAZZ LIGHTHOUSE

NOME E COGNOME: Piero (Pietro) Leveratto

STRUMENTO: Contrabbasso, Compositore, Arrangiatore

LUOGO E DATA DI NASCITA: Genova, 25 febbraio 1959

PRINCIPALI COLLABORAZIONI:
Giorgio Gaslini, Enrico Pieranunzi, Pietro Tonolo, Maurizio Giammarco, Claudio Fasoli, Gianni Cazzola, Larry Nocella, Nexus, Roberto Ottaviano; Massimo Urbani, Gabriele Mirabassi, Bansigu Big Band, Changes (E.Cisi, S.Battaglia, F. Sferra), Guido Manusardi, Lee Konitz, Kenny Wheeler, Joe Chambers, Phil Markowitz, Art Lande.

DOVE ASCOLTARLO:
> Gianmmarco Heart Quartet, In Our Hands, Blue Note Int., 1996
> Tiziano Tononi, We did it, we did it!, Splasc(h), 2000
> Pietro Tonolo, Retrò, Egea, 2000
> Enrico Pieranunzi, Evans Remembered, Via Veneto, 2001