ROBERTO COLOMBO
STRINGOLOGY
(STRING JAZZ SJRCD 1042, 2003)

Scorrendo i titoli delle canzoni di questo “Stringology” non sorprende il fatto che gli autori siano tutti chitarristi, né tantomeno che le loro date di nascita siano comprese tra il 1902 di Eddie Lang (o Salvatore Massaro, questo il suo vero nome da emigrante italiano) e il 1916 del genio della chitarra elettrica Charlie Christian: questo è l’universo musicale di Roberto Colombo, chitarrista genovese presente e attivo sulla scena, nonostante la sua giovane età, da ormai molti anni.
Ad accompagnarlo in questo viaggio che, come detto, accarezza tutti i più grandi interpreti di questo strumento, perlomeno fino all’avvento di Wes Montgomery, ci sono Alberto Ferrario al clarinetto, Aldo Zunino al contrabbasso e il papà Egidio, chitarrista anche lui e fondatore del ‘Banjo clan’, un singolare gruppo dixieland formato da soli strumenti a corda.
Oltre ai due già citati mostri sacri fra gli autori figurano anche i meno conosciuti Dick McDonough, chitarrista di Artie Shaw, o Freddie Green, il ‘Mr Rhythm’ della ‘spaventosa’ sezione pulsante di Count Basie, o l’argentino Oscar Aleman che le parole di Leonard Feather riportate nelle note di copertina paragonano al grande Django Reinhardt. Proprio Django è presente con quattro pezzi tratti dal repertorio del “Quintette Hot club de France”, dalla commovente “Tears” all’ormai classica “Black and white”, dalla melanconica “Douce ambiance” all’ondeggiante “Swing 39”. E al contrario dell’ironico Sean Penn di “Accordi e disaccordi“, in cui l’attore interpretava la storia di un chitarrista jazz che di fronte a Django Reinhardt non riusciva a far altro che svenire dall’emozione, Colombo a cospetto di un tale mostro sacro preferisce, con la semplicità che lo contraddistingue, sfoderare tutto il suo talento; e quando decide di ricordarne il cinquantenario della morte in uno struggente solo dal titolo “Requiem for Django” tocca forse il momento più alto di un disco che non si smetterebbe mai di ascoltare. Proprio come un film di Woody Allen.

Danilo Caronia